Perché il corpo continua a scegliere lo stesso schema, anche quando potrebbe muoversi diversamente?

Ieri una persona è entrata in studio e raccontava di sentirsi “bloccata”. Non sempre parlava di dolore, anzi ha trascorso la maggior parte del tempo a raccontare dinamiche lavorative e scelte di vita.

Poi, con la testa sempre inclinata da un lato, ha proseguito descrivendo altre zone: una spalla che non accompagnava più alcuni gesti, una caviglia che aveva subito un incidente, vecchie operazioni. Racconta tutto d’un fiato, con un respiro che sembra non entrare mai. La schiena si irrigidisce sempre nello stesso punto, accompagnando il racconto di alcune dinamiche di lavoro. Racconta di aver anche provato rinforzo funzionale, ad allungarsi, a prendersi cura del corpo con l’allenamento. Ha imparato esercizi, strategie, correzioni, eppure, appena smette di controllare, il corpo torna a scegliere la strada che conosce meglio.

Non è raro vedere una persona comprendere perfettamente che cosa dovrebbe fare e, allo stesso tempo, non riuscire a farlo diventare davvero parte del proprio modo naturale di muoversi. Può sapere di dover distribuire meglio il peso, respirare in modo più ampio, lasciare andare una tensione inutile o non sollevare sempre la stessa spalla. Ma tra sapere una cosa e incarnarla nel movimento c’è una distanza enorme.

Quella distanza è il luogo in cui il corpo racconta la propria storia.

Il movimento, infatti, non è soltanto un atto volontario, è il risultato di un’organizzazione costruita nel tempo attraverso abitudini, esperienze, adattamenti, ferite, allenamenti, paure, apprendimenti, condizioni ambientali. Il corpo non sceglie ogni giorno da zero come muoversi. Tende a utilizzare soluzioni che conosce, soprattutto quelle che in passato gli hanno permesso di funzionare, proteggersi o risparmiare energia.
Per questo, a volte, non basta chiedere a una persona di muoversi diversamente: bisogna creare le condizioni perché quel movimento diverso diventi percepibile, accessibile e sufficientemente sicuro da poter essere scelto.

Che cosa significa, allora, riorganizzare il movimento?

Riorganizzare il movimento significa modificare il modo in cui l’organismo distribuisce il lavoro tra le sue parti, percepisce il proprio asse, trasmette le forze, risponde alla gravità e costruisce una relazione più efficace con lo spazio. Che è ben altro da aumentare la mobilità di una parte del corpo o insegnare dall’esterno una forma più corretta.
La domanda diventa allora più precisa: il lavoro sulla fascia può contribuire a cambiare il modo in cui una persona organizza il movimento?

La storia di una scoperta scientifica

Per comprendere quanto questa domanda sia importante, bisogna ricordare che la storia dell’anatomia è stata a lungo anche una storia di separazioni. Per studiare il corpo, era necessario distinguere, isolare, nominare. I muscoli venivano descritti uno a uno, con origine, inserzione e funzione. Il corpo diventava comprensibile proprio perché veniva suddiviso in parti.
Questo metodo ha prodotto una conoscenza indispensabile. Senza anatomia descrittiva non avremmo la precisione necessaria per la medicina, la chirurgia, la riabilitazione o il lavoro manuale professionale.

Questo metodo di osservazione ha portato con sé anche un rischio: ciò che è stato separato per essere studiato ha incominciato a sembrare separato anche nella realtà vivente.
Nel corso del Novecento e soprattutto negli ultimi decenni, la ricerca sul sistema fasciale ha rimesso in discussione questa immagine frammentata. Studi sulla trasmissione miofasciale delle forze hanno mostrato che i muscoli non agiscono come unità completamente isolate. Le forze sono distribuite lungo le connessioni fasciali e percorsi extramuscolari, modificando il modo in cui interpretiamo il gesto e il carico. Questa prospettiva ha cambiato una parte importante del linguaggio del lavoro corporeo.

Se una tensione compare in un punto, non significa necessariamente che il problema “appartenga” solo a quel punto. Una restrizione locale è il modo in cui l’organismo esprime una relazione più ampia. Una zona rigida influenza regioni distanti. Un cambiamento nell’appoggio può modificare il respiro. Una diversa disponibilità del torace può cambiare il movimento della spalla.
La fascia, in questo senso, non è interessante perché offre una nuova struttura da trattare, ma perché ci insegna e ci guida a pensare il corpo come continuità.

Che cosa sappiamo oggi

La ricerca contemporanea descrive il sistema fasciale come una rete di tessuti connettivi che contribuisce alla continuità meccanica del corpo, alla distribuzione delle tensioni e alla relazione tra movimento e percezione. È importante ribadire questo concetto: la fascia non spiega da sola il dolore, la postura o il movimento. Nessun tessuto, da solo, può spiegare la complessità di un organismo vivente. Ma ignorarla implica perdere una parte significativa del modo in cui il corpo si organizza.

Uno degli aspetti oggi più rilevanti è il rapporto tra fascia e propriocezione. La fascia è riccamente innervata e contiene terminazioni nervose coinvolte nella percezione di tensione, pressione, scorrimento e posizione.

Questo cosa aggiunge?
Oltre alla meccanica del movimento, la fascia partecipa anche al modo in cui il sistema nervoso riceve informazioni dal corpo. Quando un tessuto perde scorrevolezza, o una regione diventa meno disponibile o un gesto viene ripetuto a lungo sempre nello stesso modo, non cambia soltanto la meccanica locale; è anche la qualità delle informazioni che arrivano al sistema nervoso che viene alterata. Il corpo, in altre parole, può continuare a scegliere una strategia non perché sia la migliore in assoluto, ma perché è quella più riconoscibile.

Da questa prospettiva il lavoro sulla fascia è più utile pensarlo come un modo per modificare le condizioni percettive e meccaniche attraverso cui il corpo organizza il movimento. Il tocco, la pressione, la direzione, il tempo e il movimento guidato possono offrire al sistema nervoso informazioni nuove, cosicché quando l’informazione cambia, anche la possibilità di scelta può cambiare. Il punto è smettere di forzare il corpo verso un movimento corretto per iniziare ad aiutarlo a percepire alternative.

Che cosa cambia nella pratica

Nella pratica professionale questa prospettiva modifica profondamente il modo di intervenire. Se osserviamo soltanto il sintomo, tenderemo a lavorare dove il corpo sembra più rigido, più dolente o più limitato. Se osserviamo l’organizzazione, iniziamo invece a chiederci in che modo quella rigidità partecipi a un equilibrio più ampio.

Un torace poco mobile, ad esempio, può influenzare la respirazione, ma anche il movimento della spalla, l’appoggio del piede, la rotazione della colonna e la percezione dello spazio davanti a sé. Una tensione nella fascia plantare può non essere soltanto un problema del piede, ma un elemento nella relazione tra appoggio, equilibrio, bacino e orientamento del corpo nella gravità. Una limitazione cervicale può essere sostenuta non solo dai muscoli del collo, ma dal modo in cui occhi, mandibola, torace e respiro partecipano all’organizzazione complessiva.

Nel lavoro di Integrazione Strutturale il tocco sulla fascia è parte di un processo di lettura, ascolto e dialogo con l’intero organismo. Il professionista osserva come il corpo distribuisce le tensioni, come trasmette il peso, dove trattiene, dove collassa, dove evita il movimento e dove, invece, sembra avere ancora spazio per riorganizzarsi.

Questo richiede una manualità precisa e una percezione educata. Non basta applicare pressione. Occorre sentire direzione, densità, risposta, continuità; riconoscere quando un tessuto può ricevere un’informazione e quando invece il sistema si sta difendendo; integrare il lavoro manuale con piccoli movimenti, respirazione, attenzione percettiva e relazione con la gravità
Il cambiamento più interessante avviene quando la persona non percepisce soltanto un’area più libera, ma scopre un modo diverso di muoversi.

È in questo passaggio che il lavoro sulla fascia può contribuire alla riorganizzazione del movimento.
Forse la domanda più importante, davanti a un corpo che ripete sempre lo stesso schema è: “quale informazione manca a questo organismo per scegliere diversamente?”.

Un corpo cambia davvero quando la libertà dei tessuti viene riconosciuta, integrata e resa disponibile nel movimento. In questo senso, il lavoro sulla fascia riguarda la possibilità di offrire al corpo un’esperienza diversa di sé.

Per approfondire

  • Huijing P.A. Epimuscular myofascial force transmission: a historical review and implications for new research. 2009.
  • Langevin H.M. Fascia Mobility, Proprioception, and Myofascial Pain. 2021.
  • Schleip R., Findley T.W., Chaitow L., Huijing P.A. Fascia: The Tensional Network of the Human Body. Elsevier, 2012.
  • Stecco C. Functional Atlas of the Human Fascial System. Elsevier, 2015.
  • Suarez-Rodriguez V. et al. Fascial Innervation: A Systematic Review of the Literature. 2022