Secondo la tradizione dei Diné, il Vento è presente nell’essere umano fin dal concepimento. Due Venti, uno proveniente dalla madre e uno dal padre, si incontrano dando origine al movimento dell’embrione. Alla nascita, quando il bambino inspira per la prima volta, un altro Vento entra nel suo corpo e lo dispiega nel mondo.
David Abram racconta questa immagine nel suo libro L’incanto del sensibile. Non come una spiegazione biologica, ma come un modo diverso di osservare la vita: non qualcosa che compare all’improvviso, bensì un processo che nasce dal movimento e dalla relazione.
Sorprendentemente, pur partendo da linguaggi completamente diversi, anche l’embriologia contemporanea racconta una storia nella quale il movimento precede la forma.
Se potessimo osservare un embrione nelle sue prime settimane di vita, probabilmente faticheremmo persino a riconoscerlo come umano. Non ha ancora un volto. Non possiede mani capaci di afferrare né piedi pronti a sostenerne il peso. Eppure, proprio in quella fase apparentemente informe, sta accadendo qualcosa di straordinario.
Non stanno semplicemente comparendo nuovi organi. Sta nascendo un’organizzazione.
Questa distinzione può sembrare sottile, ma cambia radicalmente il modo di osservare il corpo. Per molto tempo abbiamo immaginato lo sviluppo embrionale come la costruzione progressiva di una macchina perfetta: prima il cuore, poi il cervello, poi gli arti, fino a ottenere un organismo completo. È una rappresentazione utile per studiare l’anatomia, ma rischia di nascondere ciò che rende davvero straordinaria la vita.
L’embrione non assembla parti. Organizza relazioni.
Ogni cellula comunica con le altre. Ogni piegamento modifica gli equilibri dell’intero organismo. Ogni crescita influenza quella successiva. Lo sviluppo non è una sequenza di eventi indipendenti, ma un dialogo continuo tra forma, movimento, ambiente e tempo.
Negli anni Cinquanta, mentre gran parte dell’embriologia era impegnata a descrivere quando comparissero le diverse strutture anatomiche, l’anatomista tedesco Erich Blechschmidt iniziò a porsi una domanda diversa.
Non gli bastava sapere che cosa si formasse. Voleva capire come prendesse forma.
Per rispondere costruì una delle più importanti collezioni di embrioni umani mai realizzate. Migliaia di preparati anatomici gli permisero di osservare lo sviluppo non come una successione di organi, ma come una trasformazione continua dell’intero organismo.
Quello che emergeva davanti ai suoi occhi era sorprendente. Il corpo non nasce aggiungendo pezzi. Nasce modificando continuamente la propria organizzazione.
Potremmo riassumere questa prospettiva con un’immagine semplice: ogni struttura anatomica è il movimento che ha trovato una forma stabile. Ogni piega dell’embrione racconta una trasformazione. Ogni trasformazione prepara quella successiva.
Guardando un embrione, quindi, stiamo osservando il corpo mentre impara a organizzarsi.
Per chi lavora con il movimento, con il tocco o con l’educazione somatica questa non è una semplice curiosità scientifica. Cambia completamente il modo di leggere il corpo adulto.
Pensiamo, ad esempio, al cuore.
Siamo abituati a immaginarlo come un organo che, a un certo punto dello sviluppo, compare e inizia a battere. In realtà la sua storia è molto più affascinante. Le cellule destinate a diventare cuore sono già immerse in un organismo che cresce, si piega, ruota e si trasforma. Saranno proprio questi movimenti, insieme ai segnali biochimici e alle forze meccaniche presenti nell’embrione, a guidarne progressivamente la forma.
Nell’embrione il movimento non arriva dopo. È uno dei protagonisti dello sviluppo.
Lo stesso vale per la colonna vertebrale, per il sistema nervoso, per gli arti, per le cavità del corpo. Nulla appare come un elemento isolato. Ogni struttura nasce all’interno di una rete di relazioni che coinvolge l’intero organismo.
Negli ultimi anni un’altra disciplina ha iniziato ad arricchire questa prospettiva: l’epigenetica.
Se il DNA rappresenta il patrimonio genetico con cui veniamo al mondo, l’epigenetica studia il modo in cui quell’informazione viene regolata. Alcuni geni vengono attivati, altri silenziati, altri ancora attendono particolari condizioni ambientali per esprimersi.
La ricerca mostra che alimentazione, stress, ambiente e condizioni di vita possono modificare l’attività delle cellule germinali attraverso specifici meccanismi epigenetici. Durante il concepimento il nuovo organismo attraversa una profonda fase di riprogrammazione biologica: gran parte di queste marcature viene cancellata, mentre alcune sembrano sfuggire a questo processo e potrebbero contribuire a orientare le prime modalità con cui il nuovo organismo regolerà determinate funzioni.
È un campo di ricerca ancora aperto.
Gli studi sperimentali sugli animali sono sempre più convincenti, mentre nell’essere umano la prudenza rimane necessaria. Sarebbe scorretto affermare che ereditiamo automaticamente i traumi delle generazioni precedenti. La ricerca, oggi, non sostiene una conclusione tanto semplice.
Suggerisce però qualcosa di altrettanto affascinante: ogni nuova vita prende avvio all’interno di una storia biologica. Una storia che non determina il futuro, ma contribuisce a definire il punto di partenza da cui ogni organismo inizierà a organizzarsi, adattarsi e dialogare con il proprio ambiente.
Forse è proprio questa l’idea che accomuna l’embriologia moderna e l’antica immagine raccontata dai Diné.
La vita non nasce dall’accumulo di materia. Nasce dalla relazione.
Tra cellule. Tra tessuti. Tra organismo e ambiente. Tra ciò che ereditiamo e ciò che impariamo vivendo.
Per questo studiare embriologia significa molto più che conoscere le tappe dello sviluppo fetale. Significa imparare a osservare il corpo come un processo vivente, capace di organizzarsi continuamente, di adattarsi, di trovare nuovi equilibri e nuove possibilità.
In fondo, ogni essere umano porta ancora con sé quella straordinaria capacità che lo ha accompagnato fin dal concepimento: trasformarsi senza mai perdere la propria continuità.
Forse è questo il dono più prezioso dell’embriologia.
Ci ricorda che il corpo non nasce dall’assemblaggio di parti, ma dall’organizzazione di relazioni.
- Ogni forma racconta una storia di movimento.
- Ogni movimento racconta una storia di adattamento.
- Ogni adattamento racconta una storia di vita.
Ed è forse per questo che osservare un embrione significa, in fondo, osservare anche noi stessi.
Workshop “Embriologia in Movimento”
Condotto da Remo Rostagno, nasce proprio dal desiderio di esplorare questa prospettiva. Non si limita a descrivere lo sviluppo embrionale, ma invita a osservare come i principi che organizzano la vita nelle sue primissime fasi continuino a manifestarsi nel corpo adulto, nel movimento, nella percezione e nella pratica manuale.
Un percorso pensato per professionisti e studenti che desiderano approfondire l’embriologia come chiave di lettura del corpo vivente.
Per chi desidera approfondire
- Abram D. L’incanto del sensibile. Percezione e linguaggio in un mondo più-che-umano.
- Blechschmidt E. The Ontogenetic Basis of Human Anatomy. A Biodynamic Approach to Development from Conception to Birth.
- Carlson BM. Human Embryology and Developmental Biology.
- Moore KL, Persaud TVN, Torchia MG. The Developing Human.
- Lee SM et al. Epigenetic reprogramming in mouse and human primordial germ cells. Experimental & Molecular Medicine, 2024.
- Jo L. et al. Insights into the mechanisms of epigenetic reprogramming during early embryogenesis. Trends in Genetics, 2024.


